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Assemblee d'Ist. 2007_ 2008

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Assemblee d'Istituto 2007-20008

  • Ottobre 2007

Da ormai qualche anno la Germania sta facendo i conti col proprio passato attraverso il cinema: "Goodbye Lenin", "La rosa bianca - Sophie Scholl", "La caduta - Gli ultimi giorni di Hitler" e ora "Le vite degli altri", premiato oltretutto agli Oscar 2007 come migliore film straniero. A Berlino est, nel 1984, il capitano Gerd Wiesler (Ulrich Muhe) è un agente della Stasi specializzato in interrogatori e sorveglianza di sospettati politici. Il suo credere fermamente nel socialismo però vacillerà quando gli toccherà controllare la vita di una coppia di artisti: l'autore teatrale Georg Dreyman (Sebastian Koch visto recentemente in Black Book) e l'attrice Christa Maria Sieland (Martina Gedeck)...Il giovane regista tedesco (dell'ovest, ma con genitori fuggiti dall'est) Florian Henckel Von Donnersmarck, scrive e dirige una storia di dramma e spionaggio che è anche un piccolo pamphlet sui regimi autoritari (quello comunista nello specifico) che usano il controllo totale come forma di soffocamento delle idee. E così non solo il pensiero, ma anche lo "spazio" diventa proprietà dello Stato, annullando di fatto qualsiasi "intimità" (sia essa mentale o anche di oggetti) del cittadino. Non c'è tortura, ma semplice logoramento dell'uomo affinché desista da qualsiasi proposito sovversivo e chiuda gli occhi davanti le ingiustizie.In un mondo in cui si è indottrinati a pensarla in un certo modo, solo negli ambienti dell'arte e della cultura si riesce a sviluppare uno spirito critico. Ed è infatti venendo a contatto con questo che Gerd Wiesler comincia a perdere la fede nel "sistema". Le vite sono altro, sono amore e non distruzione, passione e non razionalità, sono quelle "degli altri" e non la sua, a questo punto sacrificabile.Ne emerge sicuramente una critica all'impostazione dello Stato della DDR("E gente come lei ha governato questo Paese?"), ma Von Donnersmarck, nell'ultima scena ambientata dopo la caduta del muro, inquadrando una libreria intitolata a Karl Marx, il padre del comunismo e quindi di tutto quello che è venuto dopo, ricorda come la Germania sia sempre stata e continui ad essere una cosa sola: il passato dell'est appartiene anche all'ovest.Un film profondo, intenso, importante tanto a livello sia storico che artistico, che si avvale delle grandi performance del terzetto di protagonisti. Su tutti Ulrich Muhe: intenso, duro e al contempo fragile nel sul lento cambiamento. La sua seconda moglie fu al tempo, una collaboratrice della Stasi. In Germania alla presentazione del film, gli hanno chiesto come si fosse preparato per il suo personaggio. La sua risposta è stata: "Ho ricordato".

  • Novembre 2007

Nicholas Garrigan è un medico inglese neolaureato che sogna l’avventura umanitaria. La trova in Uganda dove si reca ad esercitare la sua professione. Viene immediatamente colpito dalla moglie del medico responsabile dell’ospedale ma ben presto una più forte calamita lo attrae a sé: si tratta di Idi Amin Dada, il trascinatore di folle che ha appena sconfitto l’avversario Milton Obote e rimarrà Presidente del Paese dal 1971 al 1979. Nicholas diverrà suo medico personale e poi suo principale consigliere scoprendo progressivamente che dietro alla facciata di brillante bonomia si cela un uomo crudele. “Sua Eccellenza Presidente per la Vita, Federmaresciallo Al Haidji Dottor Idi Amin, Signore di tutti gli animali della terra e dei pesci del mare, e Conquistatore dell’Impero Britannico, In Africa e particolarmente in Uganda”. Così si autoproclamò l’uomo che è stato accusato del massacro di centinaia di migliaia di persone. MacDonald, al suo primo lungometraggio dopo un’intensa attività di documentarista, ce lo mostra così come appare allo sguardo ‘ingenuo’ di un occidentale pronto inizialmente a chiudere gli occhi su alcune ‘stranezze’ dell’affascinante personaggio. Ancor più affascinante perché interpretato da un Forest Whitaker assolutamente straordinario nell’offrirci l’ambiguità della follia coniugata al potere. Se in La caduta Bruno Ganz alternava, nei panni dell’Hitler degli ultimi giorni, la cordialità riservata agli intimi con gli scatti della più incontenibile ira, l’attore afroamericano ha di fronte a sé una materia ancora più complessa. Le battute, l’ammirazione per la Scozia, la voglia di vita e il desiderio di giustizia di cui Amin fa sfoggio esteriore si velano pian piano dell’ombra della follia. Una follia al contempo determinata e insicura che viene resa con grande sensibilità in modo da non rendere mai il dittatore del tutto ‘simpatico’ ma neppure di delinearlo come il Mostro da esorcizzare. Nel far questo è coadiuvato da James McAvoy (il fauno de Le cronache di Narnia) che, insieme allo spettatore, compie un viaggio alla scoperta del lato oscuro del fascino esercitato dal potere

  • Dicembre 2007

Vite, professione, pericoli e destini paralleli di Matt Damon e Leonardo DiCaprio. Il primo dà corpo e volto a Colin Sullivan, il secondo a Billy Costigan, poliziotti. Billy-Leo proviene da padre (quasi) mafioso e da madre di famiglia bene. Un contrasto che ne fa un tormentato triste e aggressivo. L’altro viene “tirato su” fin da piccolo dal boss Costello (Nicholson), che se lo ritroverà agente primo della classe, inseritissimo nella polizia di Boston. Colin sarà dunque l’infiltrato di Costello nella polizia, Billy, l’infiltrato (supersegreto) della polizia nella banda di Costello. Parte la costruzione di un’architettura complessa che fa leva sugli incarichi speculari dei due poliziotti: scoprire le talpe, cioè se stessi. Alla fine tutto si ricompone al meglio, che però forse non è il “meglio” che si attende lo spettatore.In questo quadro agiscono: agenti dell’Fbi, doppi e tripli (altri) infiltrati, psicologa sexy che divide il letto ora col poliziotto ora col (presunto) criminale, sergente antipatico ma efficiente, prostituta filosofa che si inginocchia a comando davanti al boss. Il tutto su di un tappeto di violenza tollerabile e di ironia come deterrente a lunghi discorsi sulla vita e sulla morte del grande Costello, meglio, del grande Nicholson, anche lui filosofo e gran conoscitore dell’animo – criminale- umano. In questo senso non si può non citare lo sceneggiatore William Monahan che ha ripreso lo spunto di un thriller del 2002, Infernal Affairs, ambientato a Hong Kong. Monaham riesce a inserire la voce fuori campo, tanto cara al regista, con le giuste misure, come azione viva e non frenante. E poi gli attori: con una citazione in parti di contorno ma decisive per Alec Baldwin e Martin Sheen, i migliori se stessi, dunque efficaci. Rilevato un DiCaprio di straordinaria febbrile intensità e palestrato, con torace praticamente doppio di quando faceva Poeti dall’inferno. È il miglior film dell’era recente di Scorsese. Occorre tornare, come riferimento di altrettanta qualità, all’Età dell’innocenza. Quando raccontava di Dalai Lama o di gangs d’altri tempi, o di paramedici mistici, o di citizen aviatori-igienisti, faceva prodotti di ottimo mestiere, ma l’anima del figlio del Queens e di Brooklyn, era rimasta là, con De Niro, coi bravi ragazzi eccetera. Qui Scorsese ritorna a casa. Cambia solo nomi (irlandesi non più italiani) e grattacieli (Boston non più New York). Sì, Martin è tornato.

  • Gennaio 2008

(sabato 19)


Come un orologio il grande Woody ci sforna una nuova pellicola. Dopo il successo di “Match Point” Allen ritorna alla commedia venata di giallo ed è un ritorno alla grande, sembra di rivivere i fasti di “Misterioso Omicidio a Manhattan”(1993). La trama è molto semplice: un giornalista appena defunto scopre un grande “scoop” e cerca in tutti i modi di comunicarlo al mondo dei vivi. Woody usa come al solito la sua irresistibile ironia e la sua cinica comicità. La bella Scarlett Johansson, già ammirata in “Match Point”, stà al gioco interpretando una gironalista giovane ed ingenua ma allo stesso tempo testarda e coraggiosa. Gli amanti del regista americano saranno sicuramente soddisfatti di quest’ennesima operetta Woodyniana.











  • Febbraio 2008

Danny Archer è un ex mercenario della Rhodesia che contrabbanda diamanti durante la guerra civile, scoppiata in Sierra Leone sul finire degli anni Novanta. Arrestato sul confine con la Liberia, finisce in carcere dove incontra Solomon Vandy, un pescatore separato dalla sua famiglia dopo la feroce irruzione dei ribelli del Fronte rivoluzionario nel suo villaggio. Indicato pubblicamente per avere nascosto un diamante di grande caratura, Solomon accende l’interesse di Archer. In cambio della libertà e della promessa di ritrovare la sua famiglia, finita in un campo profughi dove si sono raccolte oltre un milione di persone, Solomon decide di condurre Archer al diamante. Con l’aiuto di Maddy Bowen, una giornalista idealista e appassionata, i due uomini intraprendono un viaggio alla ricerca di un bene più prezioso. Fedele alla retorica del suo “ultimo samurai”, Edward Zwick replica il percorso di formazione imperniato sul confronto tra etnie diverse. Da una parte il bianco contrabbandiere di Di Caprio, dall’altra il pescatore nero di Djimon Hounsou, ficcati nel cuore di una guerra civile, scatenata e mantenuta viva dagli interessi di commercianti di diamanti senza scrupoli. L’impianto della sceneggiatura è tradizionale: il percorso compiuto dal protagonista lo porterà a una nuova consapevolezza. Se The Constant Gardener denunciava gli abusi delle multinazionali farmaceutiche ai danni della popolazione africana, Blood Diamond punta il dito contro l’industria dei diamanti e i commerci illegali che finanzia(ro)no guerre civili in cui vengono impiegati bambini soldati e violati i diritti umani. Zwick coniuga la denuncia sociale con il cinema di genere (action), la meditazione dell’autore su soggetti gravi e urgenti con la tecnologia decisamente esibita di Hollywood. E a questo proposito non sfugga la dimensione critica e intellettuale del film, che mentre fa spettacolo e produce azione invita alla meditazione e alla responsabilizzazione del consumatore (di diamanti). Blood Diamond è un film di recitazione, fatto anche di prove d’attore: quella vitale di Djimon Hounsou, che non nasce eroe ma lo diventa di fronte a circostanze estreme e drammatiche e quella ambigua di Leonardo Di Caprio, condannato da Scorsese a incarnare il bene e il male, a cercare la redenzione e il riscatto. Perduto l’aspetto efebico e raggiunta la definizione sessuale, Di Caprio costruisce un personaggio di luci e ombre, un cattivo che compie azioni buone al “tramonto” della vita.

  • Marzo 2008

Ispirato a una storia vera, è la storia di Josey Aimes che in cerca di un buon lavoro, dopo il fallimento del suo matrimonio, torna nel nord Minnesota. E' una madre single con due bambini da mantenere e quindi pensa subito alla fonte di impiego più importante della zona, la miniera di ferro. E' un ambiente dominato dagli uomini in un posto non abituato ai cambiamenti. Incoraggiata dall'amica Glory, una delle poche donne in questo settore, Josey entra in miniera. E' pronta ad affrontare un lavoro pericoloso e duro, ma non le molestie sessuali che lei e le altre minatrici si trovano a subire da parte dei colleghi maschi. Quando Josey protesta contro il trattamento che lei e le sue compagne di lavoro subiscono, incontra la resistenza non solo di chi comanda, ma anche della comunità intera che non vuole ascoltare la verità, dei suoi genitori e delle sue stesse colleghe, timorose che le cose peggiorino. Ma Josey troverà il coraggio di lottare per le cose in cui crede, anche se questo significa restare sola...

  • Aprile 2008

A Beirut, alcune donne lavorano in un istituto di bellezza: Layale (Nadine Labaki), innamorata di un uomo sposato, Nisrine (Yasmine Al Masri), che sta per sposarsi e non sa come dire al futuro sposo che ha già perduto la verginità, Rima (Joanna Moukarzel), che non riesce ad accettare di essere attratta dalle donne, Jamale (Gisèle Aouad), ossessionata dall'età e dal fisico, e infine Rose (Siham Haddad), che ha sacrificato i suoi anni migliori e la sua felicità per occuparsi della sorella Lili (Aziza Semaan). Nel salone, tra colpi di spazzola e cerette al caramello, si parla di sesso e maternità, con la libertà e l'intimità propria delle donne.Nadine Labaki, insieme protagonista e regista del film, ci propone un affresco sulle donne, che non mancherà di andare dritto al cuore delle spettatrici, ma non solo. Un acquerello a tinte delicate, mai volgari, che tratta però temi di scottante attualità: la guerra, la convivenza tra cristiani e musulmani, il mischiarsi di abitudini ed etnie differenti. Stupiti, contempliamo come i problemi del mondo femminile siano sempre gli stessi, anche se il progresso sembra essersi fermato agli anni '80. Le donne fanno scudo, insieme, per affrontare le difficili realtà da cui sono circondate ed assalite.Con colori e fotografia degni dei pittori fiamminghi, Labaki poggia lo sguardo sulle dolci malinconie quotidiane, senza cadere nello scontato o nello stucchevole, e riuscendo a raccontare ben sei storie in una sola, senza che nessuna prenda il sopravvento. Narra attraverso gli occhi, i suoni, gli odori, in modo così pregnante da convincerci di poter toccare e assaporare, come se fossimo realmente immersi nell'atmosfera della ben bilanciata sceneggiatura.Una parola a parte va indubbiamente spesa per la colonna sonora, dosata con saggezza, sempre presente e non stancante, che non mancherà di far ricordare il suo autore, Khaled Mouzanar.

  • Maggio 2008

Un documentario che racconta il profondo cambiamento avvenuto nel costume in Italia tra gli anni Sessanta e Settanta grazie alla liberazione sessuale e al movimento femminista. Vengono riproposte le più importanti tappe di questo percorso filtrandole attraverso lo sguardo femminile di una regista poco più che quarantenne. Dichiara la regista: "Ho voluto ripercorrere la storia delle donne tra la metà degli anni Sessanta e la fine degli anni Settanta per metterla in relazione, a partire dal 'caso italiano', con il nostro presente globale, conflittuale e contraddittorio. Con l'intenzione di offrire uno spunto di riflessione su temi ancora oggi parzialmente irrisolti o oppure addirittura platealmente rimessi in discussione". Ne è uscito un documentario che ha una sorta di doppia valenza: quella negativa è legata alle generazioni di chi quelle vicende le ha vissute e che si trova di fronte a un 'ripasso' ben realizzato ma poco coinvolgente anche sul piano della memoria. Per chi invece è nata dopo e dà per scontate numerose acquisizioni che scontate non lo sono per nulla, il discorso è diverso. Vogliamo anche le rose in quest'ottica diviene un prezioso strumento per mostrare un'Italia che sembra perduta nel tempo e a tratti irreale come una fiaba grottesca ma che è stata drammaticamente reale. Dato atto di ciò va detto che la Marazzi che si muove su un piano di narrazione più intimo e diretto come nelle opere che le hanno dato notorietà (a partire da Un'ora sola ti vorrei). Nel momento in cui l'accento si pone maggiormente sulla dimensione storico-politico-sociologica è come se intervenisse una rigidità che ne limita le doti di acuta osservatrice dell'animo umano.

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